Pubblicato: 10 giugno 2012
Categoria: Altro
In ogni caso, il fluido frigorigeno viene utilizzato come vettore termico, in un opportuno circuito fluido-meccanico (compressore, condensatore, evaporatore, valvola di laminazione…), percorrendo il quale, assorbe calore a bassa temperatura e bassa pressione e restituisce calore a temperatura più elevata ed una pressione più elevata, implicando di solito cambiamenti di stato da liquido a gassoso e viceversa.
Il funzionamento in pompa di calore, per generare caldo, si ottiene solo mediante inversione del ciclo e cioè del senso di percorrenza del fluido nel circuito.
I fluidi frigorigeni (indicati con la lettera R dall’inglese Refrigerant tradotto fluido refrigerante) generalmente, salvo il metano e l’ammoniaca, sono prodotti di sintesi, ottenuti dalla combinazione di molecole di idrocarburi (idrogeno e carbonio) e alogeni (in particolare fluoro e cloro).
Particolarmente conosciuto fino a qualche anno fa il refrigerante R22, noto con il nome commerciale freon.
Gli alogeni (letteralmente: generatori di sali) costituiscono una famiglia di 4 elementi (cloro, fluoro, bromo, iodio) che vengono così chiamati perché si combinano direttamente con numerosi metalli dando origine ai cosiddetti sali binari (cloruri, fluoruri, bromuri, ioduri).
Fino a pochi anni addietro, come fluidi frigorigeni sono stati impiegati i cfc, cloro - fluoro - carbonio.
Detti gas presentano un compromesso ai fini della sicurezza poiché effettivamente si possono ritenere scarsamente tossici e non infiammabili; purtroppo hanno dimostrato effetti negativi negli strati più alti dell’atmosfera, perché sono responsabili del cosiddetto buco d’ozono (distruzione dello strato di ozono che avvolge la terra e la protegge dalle radiazioni solari più dannose per l’uomo).
Per stabilire la capacità distruttiva di un gas nei confronti dell’ozono, è stato introdotto l’Odp (Ozone Depletion Potenzial).
Il valore Odp 1 di un cfc di riferimento, corrisponde alla massima aggressione dell’ozono, mentre Odp pari a 0 corrisponde a nessuna aggressione nei riguardi dell’ozono.
A fronte di tale inconveniente, l’industria dei gas frigorigeni ha studiato e introdotto i cosiddetti hcfc, idrogeno - cloro - fuoro - carbonio: oltre agli atomi di cloro, fluoro e carbonio, hanno anche atomi di idrogeno che conferiscono una maggiore stabilità e così riescono meno dannosi quando raggiungono lo strato di ozono; hanno Odp inferiore a 1 ma ovviamente, non nullo!
In Europa i gas cfc (tipico caso è R 22 - commercialmente noto come freon), usati nell’ambito della climatizzazione e per la estinzione degli incendi (estintori, impianti fissi...), sono stati banditi già dal 1 luglio 2002, a favore degli Hcfc.
Purtroppo anche questi gas producono danni all’ambiente, in quanto contribuiscono (maggiore responsabile è la CO2 da combustioni...) al riscaldamento del pianeta per il cosiddetto effetto serra.
Per misurare il contributo (negativo) di un gas all’effetto serra, è stato introdotto il parametro Gwp (Global warming potenzial) riferito all’anidride carbonica CO2 e ad un orizzonte temporale di 100 anni.
Cioè per convenzione il valore Gwp (100 anni) = 1 viene attribuito alla CO2 che è il gas serra emesso in quantità maggiori sulla terra. Per la protezione ambientale, i fluidi frigorigeni devono essere scelti con il valore Odp il più basso possibile.
Purtroppo non è facile coniugare esigenze di protezione ambientale, con la sicurezza delle persone e l’efficienza energetica.
Bisogna evidenziare che alcuni tipi di macchine utilizzano fluidi firgorigeni relativamente tossici e /o infiammabili o che possono risultare comunque nocivi per le persone in determinate condizioni.
Gli impianti di raffrescamento, riscaldamento e/o climatizzazione, devono essere quindi progettati ed installati in modo da minimizzare possibili rischi a persone, beni e ambiente dovuti alle caratteristiche chimiche e fisiche dei fluidi frigorigeni, così come alle pressioni e alle temperature caratteristiche dei cicli di refrigerazione.
Progettazioni ed installazioni non adeguate possono produrre: cedimento / rottura di una parte in pressione, con scoppio e proiezione di materiale; fuoriuscita di fluido frigorigeno dovuta a rottura o perdita per difetto di costruzione o funzionamento non corretto o manutenzione, riparazione, carica o smaltimento non adeguato; fuoriuscita di fluido frigorigeno con conseguente rischio di saturazione dell’ambiente (ad esempio tossicità, effetti caustici, asfissia, panico, buco d’ozono).
In relazione alle influenze sulla salute e sicurezza delle persone, i fluidi frigorigeni vengono classificati in tre gruppi: L1, L2, L3 in base alla infiammabilità ed alla tossicità.
Ai fini della verifica di congruità di uso nei vari ambienti, i singoli fluidi frigorigeni, sono caratterizzati dal cosiddetto limite pratico Lp espresso in kg/mc.
In fase di progettazione, bisogna quindi conoscere tale limite pratico per poter fare le verifiche di congruità circa l’effetto, sulle persone presenti in un locale, in caso di fuga improvvisa di fluido.
Il funzionamento in pompa di calore, per generare caldo, si ottiene solo mediante inversione del ciclo e cioè del senso di percorrenza del fluido nel circuito.
I fluidi frigorigeni (indicati con la lettera R dall’inglese Refrigerant tradotto fluido refrigerante) generalmente, salvo il metano e l’ammoniaca, sono prodotti di sintesi, ottenuti dalla combinazione di molecole di idrocarburi (idrogeno e carbonio) e alogeni (in particolare fluoro e cloro).
Particolarmente conosciuto fino a qualche anno fa il refrigerante R22, noto con il nome commerciale freon.
Gli alogeni (letteralmente: generatori di sali) costituiscono una famiglia di 4 elementi (cloro, fluoro, bromo, iodio) che vengono così chiamati perché si combinano direttamente con numerosi metalli dando origine ai cosiddetti sali binari (cloruri, fluoruri, bromuri, ioduri).
Fino a pochi anni addietro, come fluidi frigorigeni sono stati impiegati i cfc, cloro - fluoro - carbonio.
Detti gas presentano un compromesso ai fini della sicurezza poiché effettivamente si possono ritenere scarsamente tossici e non infiammabili; purtroppo hanno dimostrato effetti negativi negli strati più alti dell’atmosfera, perché sono responsabili del cosiddetto buco d’ozono (distruzione dello strato di ozono che avvolge la terra e la protegge dalle radiazioni solari più dannose per l’uomo).
Per stabilire la capacità distruttiva di un gas nei confronti dell’ozono, è stato introdotto l’Odp (Ozone Depletion Potenzial).
Il valore Odp 1 di un cfc di riferimento, corrisponde alla massima aggressione dell’ozono, mentre Odp pari a 0 corrisponde a nessuna aggressione nei riguardi dell’ozono.
A fronte di tale inconveniente, l’industria dei gas frigorigeni ha studiato e introdotto i cosiddetti hcfc, idrogeno - cloro - fuoro - carbonio: oltre agli atomi di cloro, fluoro e carbonio, hanno anche atomi di idrogeno che conferiscono una maggiore stabilità e così riescono meno dannosi quando raggiungono lo strato di ozono; hanno Odp inferiore a 1 ma ovviamente, non nullo!
In Europa i gas cfc (tipico caso è R 22 - commercialmente noto come freon), usati nell’ambito della climatizzazione e per la estinzione degli incendi (estintori, impianti fissi...), sono stati banditi già dal 1 luglio 2002, a favore degli Hcfc.
Purtroppo anche questi gas producono danni all’ambiente, in quanto contribuiscono (maggiore responsabile è la CO2 da combustioni...) al riscaldamento del pianeta per il cosiddetto effetto serra.
Per misurare il contributo (negativo) di un gas all’effetto serra, è stato introdotto il parametro Gwp (Global warming potenzial) riferito all’anidride carbonica CO2 e ad un orizzonte temporale di 100 anni.
Cioè per convenzione il valore Gwp (100 anni) = 1 viene attribuito alla CO2 che è il gas serra emesso in quantità maggiori sulla terra. Per la protezione ambientale, i fluidi frigorigeni devono essere scelti con il valore Odp il più basso possibile.
Purtroppo non è facile coniugare esigenze di protezione ambientale, con la sicurezza delle persone e l’efficienza energetica.
Bisogna evidenziare che alcuni tipi di macchine utilizzano fluidi firgorigeni relativamente tossici e /o infiammabili o che possono risultare comunque nocivi per le persone in determinate condizioni.
Gli impianti di raffrescamento, riscaldamento e/o climatizzazione, devono essere quindi progettati ed installati in modo da minimizzare possibili rischi a persone, beni e ambiente dovuti alle caratteristiche chimiche e fisiche dei fluidi frigorigeni, così come alle pressioni e alle temperature caratteristiche dei cicli di refrigerazione.
Progettazioni ed installazioni non adeguate possono produrre: cedimento / rottura di una parte in pressione, con scoppio e proiezione di materiale; fuoriuscita di fluido frigorigeno dovuta a rottura o perdita per difetto di costruzione o funzionamento non corretto o manutenzione, riparazione, carica o smaltimento non adeguato; fuoriuscita di fluido frigorigeno con conseguente rischio di saturazione dell’ambiente (ad esempio tossicità, effetti caustici, asfissia, panico, buco d’ozono).
In relazione alle influenze sulla salute e sicurezza delle persone, i fluidi frigorigeni vengono classificati in tre gruppi: L1, L2, L3 in base alla infiammabilità ed alla tossicità.
Ai fini della verifica di congruità di uso nei vari ambienti, i singoli fluidi frigorigeni, sono caratterizzati dal cosiddetto limite pratico Lp espresso in kg/mc.
In fase di progettazione, bisogna quindi conoscere tale limite pratico per poter fare le verifiche di congruità circa l’effetto, sulle persone presenti in un locale, in caso di fuga improvvisa di fluido.