Ma la norma non si può applicare perché il Ministero dell'Ambiente latita
Attenti al 26 settembre. Se non accade qualche cosa nel frattempo si rischia di finire tutti fuorilegge per colpa della norma sul recupero delle pile e degli accumulatori esausti.
Può sembrare un argomento futile: chi se ne importa delle pile e delle batterie d’auto? Non è così banale. Lo scorso dicembre è entrato in vigore il decreto legislativo 188/2008 che recepiva una direttiva europea del 2006. La legge dispone che dal 26 settembre produttori e distributori di pile e accumulatori “hanno l’obbligo” di provvedere alla loro raccolta e allo smaltimento.
Obbligo, non opzione, dunque. E quindi sarà bene che per la “compliance”, ossia l’adeguamento alla nuova normativa, venga aggiunto qualche nuovo pezzo alle soluzioni gestionali che riguardano piccoli e grandi negozi, dall’elettricista al ferramenta al tabaccaio, per non parlare della grande distribuzione o dei meccanici ed elettrauto.
“Come per i Rifiuti Elettronici, Raee, anche per le pile temo un ritardo nella partenza del sistema”, dice Danilo Bonato, managing director del Consorzio ReMedia. “A meno che il Ministero dell’Ambiente non sbrogli la matassa che si è generata, temo saremo a rischio d’un rinvio della data d’applicazione. Che, però, i produttori non vogliono perché sono già pronti e hanno predisposto già tutto per diventare operativi in tempo utile”. Ma
La matassa della norma è intrecciata assai. Gelosie di parrocchia hanno incasinato a tal punto le cose che il nodo di Gordio a confronto sembra uno scherzo.
Anzitutto, però, due cifre su quanto pesano le pile del mercato italiano. La stima di ReMedia, l’associazione parte dell’Anie e in cui si contano l’80% dei produttori nazionali e internazionali di prodotti elettrici ed elettronici, dice che il mercato italiano pesa 22mila tonnellate di pile, per il 42% inserite negli apparecchi elettronici, dai cellulari ai computer, dagli orologi ai giocattoli, e il resto viene venduto “sfuso” nei negozi, dalle tabaccherie ai supermercati. Il quadro si completa con le 300mila tonnellate di accumulatori al piombo e industriali.
Perché l’Unione Europea si occupa di pile è facile da capire. Quanto sono inquinanti piombo, litio, cadmio, zinco è ormai noto a tutti. Un esempio per tutti: basta un grammo di mercurio e mille litri d’acqua sono irrimediabilmente inquinati con la necessità di decenni o centinaia d’anni perché torni pulita (da qui, guarda caso, l’estromissione dal commercio dei termometri a mercurio per misurare la febbre).
Sempre la norma dello scorso dicembre ha stabilito come devono funzionare le cose. Produttori e Sistemi di raccolta si devono iscrivere al Centro di Coordinamento nazionale incaricato di sovrintendere al ciclo di raccolta e smaltimento. Un organismo terzo, il Centro di Vigilanza per i Rifiuti Raee e batterie, serve da sbroglia matasse per eventuali controversie e per far rispettare
La fertile mente italica ha, però, ingenerato il solito casino. Neanche il tempo della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Legge 188/08 e subito hanno depositato le carte di un Centro di Coordinamento Pile e Accumulatori (Ccpa) che raccoglie il Consorzio Cobat e altri 4 piccoli produttori. Poco tempo dopo s’è costituito il Centro di Coordinamento Nazionale Pile e Accumulatori (Ccnpa) di cui è parte ReMedia. Questa società è la più importante in Italia per i rifiuti elettrici ed elettronici (Raee) e tra i propri associati ha tutti i produttori di pile più importanti, che fanno tutti parte dell’Anie e che hanno eletto Guidalberto Guidi come presidente del Ccnpa.
Problema: qual è il Centro di Coordinamento legittimato a operare come unico coordinatore del recupero e smaltimento delle pile e accumulatori? Lo potrebbe decidere il Centro di Vigilanza. Ma da quando, due anni fa, furono avviate le raccolte Raee quel Comitato non è mai stato nominato per mancanza di soldi per i gettoni presenza.
Totale: la situazione è ingrippata e la data del 26 settembre incombe. Il Ministero dell’Ambiente e la ministro Stefania Prestigiacomo potrebbe in un battibaleno tagliare il nodo gordiano e recidere i palesi conflitti parrocchiali tra Ccnpa e Ccpa. Se non altro per evitare un ennesimo rinvio d’una norma ecologica che farebbe evitare all’Italia eventuali richiami da Bruxelles per inadempienza.
“Noi Ccnpa siamo pronti a partire”, dice Bonato. “Rappresentiamo l’80% del mercato; abbiamo i contratti per la raccolta capillare delle pile nei negozi; abbiamo due imprenditori, soci Anie, pronti a investire su un originale brevetto dell’Università
Si appura, infatti, che il “business del riciclo delle pile” è una perdita secca per l’Italia di circa 50 milioni di euro l’anno che, attualmente, finiscono nelle tasche di riciclatori spagnoli, francesi e svizzeri che da anni hanno impianti specializzati nel recupero dei materiali pesanti che le pile contengono. La costruzione di fabbriche che sfruttano il brevetto de
“Il Ministero deve solo decidere. Ma faccia presto. I sistemi collettivi dei Produttori sono disponibili a partire”, dice Bonato. “L’Italia può mettersi in moto per il riciclo delle pile, ma le istituzioni facciano presto”.
Fonte: i-dom.com