Rifacimento di un impianto elettrico e responsabilità della società distributrice della energia elettrica

Rifacimento di un impianto elettrico e responsabilità della società distributrice della energia elettrica

REPUBBLICA ITALIANA  IN NOME DEL POPOLO ITALIANO  LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE TERZA SEZIONE CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. MARIO ROSARIO MORELLI- Presidente - Dott. CAMILLO FILADORO Rel. Consigliere Dott. BRUNO SPAGNA MUSSO - Consigliere Dott. PAOLO D'ALESSANDRO - Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO - Consigliere ha pronunciato la seguente SENTENZA sul ricorso 15401-2009 proposto da:T. ANTONELLA, L. GIOVANNI (Omissis) in proprio e nella qualità di genitori esercenti la patria potestà sulla figlia minore CELESTE L., nonché VANESSA L. (Omissis), anche quali eredi di GIANLUCA L.; elettivamente domiciliati in ROMA, VIA FEDERICO CESI 21, presso lo studio dell'avvocato MASSIMILIANO SALVATORE TORRISI, rappresentati e difesi dall'avvocato PETRUCCI RODOLFO giusta delega in atti;- ricorrenti - nonché controEn. SPA 00934061003, Cl. SRL , It. Ass. SPA 0077443-015-1;- Intimati - avverso la sentenza n. 401/2008 della CORTE D'APPELLO di LECCE, Sezione 1° Civile, emessa il 27/02/2008, depositata il 04/06/2008; R.G.N. 935/2005. udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/06/2011 dal Consigliere Dott. CAMILLO FILADORO;udito l'Avvocato PETRUCCI RODOLFO;udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. UMBERTO APICE che ha concluso per accoglimento del V e VI motivo, assorbiti o rigettati gli altri. Fatto I  genitori  e  la  sorella  di  Gianluca  L.  hanno  convenuto  in  giudizio  l'En.  s.p.a.  dinanzi  al Tribunale  di  Lecce  per  sentirla  condannare,  quale  proprietaria  di  una  cabina  di distribuzione della energia elettrica, al pagamento del risarcimento dei danni derivati dalla morte  di  un  loro  congiunto,  avvenuta  il  7  luglio  1996,  a  seguito  di  infortunio  sul  lavoro.

Esponevano gli attori che mentre il giovane Gianluca, al suo primo giorno di lavoro, stava eseguendo  lavori  di  rifacimento  di  un  impianto  elettrico  presso  un  locale  (ex  cabina  di trasformazione  di  energia  elettrica)  di  proprietà  della  s.r.l.  Cl.,  posto  in  aderenza  ad  una cabina elettrica di proprietà dell'En. - comunicante con essa attraverso una piccola finestra di circa cm. 50x 80, sito alla altezza di m. 2,50 dal pavimento - lo stesso era stato folgorato da  una  scarica  elettrica,  avendo  accidentalmente  urtato  un  cavo  portante  di  energia  a media tensione (pari a 20.000 volts) che l'En. società distributrice della energia elettrica e proprietaria della cabina elettrica non aveva adeguatamente protetto. Gli attori precisavano che il cavo era posto in prossimità della finestrella della cabina En. (attigua  a  quella  nella  quale  il  giovane  stava  lavorando)  e  che  la  scarica  elettrica  aveva determinato  il  decesso  del  L.  dopo  39  giorni  di  degenza  presso  l'Ospedale.L'En., costituendosi in giudizio, contestava la pretesa attrice, deducendo che l'evento era da attribuirsi esclusivamente alla condotta imprudente del L. considerato che la cabina era regolarmente  chiusa  con  porta  metallica  e  munita  di  appositi  cartelli  che  vietavano l'ingresso  a  persone  non  autorizzate.  L'apertura  della  finestrella,  sottolineava  l'En.,  era adeguatamente  protetta  in  modo  da  impedire  l'ingresso  da  parte  di  estranei.  In  via subordinata, la società convenuta sosteneva un concorso di colpa della società Cl., quale proprietaria della ex-cabina (attigua a quella ancora in uso all'En.) e committente dei lavori di rifacimento dell'impianto elettrico, affidati al L.. Su richiesta della società convenuta, si costituiva in giudizio la s.r.l. Cl. e previa richiesta di chiamata in garanzia, anche la compagnia di assicurazione di questa, It. Ass. s.p.a. Con sentenza 30 luglio-30 dicembre 2004, il Tribunale rigettava tutte le domande proposte dagli  attori,  condannandoli  al  pagamento  delle  spese  del  giudizio  nei  confronti  dell'En..Dichiarava compensate le spese del giudizio tra le altre parti. Avverso tale sentenza gli originari attori proponevano appello deducendo che l'En. aveva contravvenuto alle disposizioni CEI 11-1, recepite nella legge 186 del 1° marzo 1968, ed alle disposizioni di cui all'art. 340 del DPR n. 547 del 1955, e che il detto comportamento omissivo non poteva essere giustificato dall'eventuale azione autonoma ed imprudente del danneggiato, atteso che comunque tale condotta non era tale da escludere in modo certo il nesso causale tra l'attività pericolosa e l'evento.  Si  costituivano  in  giudizio  l'En.  e  la  It.  Ass.  s.p.a.  alla  quale  l'atto  di  appello  era  stato notificato solo come "litis denuntiatio", dunque senza richiesta risarcitoria. Con  sentenza  27  febbraio  - 4  giugno  2008,  la  Corte  di  appello  di  Lecce  confermava  la decisione di primo grado. I giudici di appello osservavano preliminarmente che erano stati acquisiti  tutti  gli  atti  relativi  al  procedimento  penale  relativo  ai  fatti  di  causa.In base a tali atti, ed alle deposizioni testimoniali raccolte, era risultato che l'En. non era incorsa  in  alcuna  delle  specifiche  violazione  di  norme  di  legge  indicate  dall'appellante.Infatti,  la  porta  di  accesso  alla  cabina  era  risultata  regolarmente  chiusa  con  apposito lucchetto e su di essa erano apposti i prescritti cartelli monitori. La finestrella in questione era collocata ad una altezza di metri 2,50/3,00 da terra. Essa  era  adeguatamente  protetta  da  tondini  di  rame  (uno  dei  quali  era  risultato  segato, presumibilmente dallo stesso infortunato che era stato trovato all'interno dalla cabina dai compagni  di  lavoro,  i  quali,  per  soccorrerlo,  avevano  dovuto  forzare  la  porta  ).

Non poteva, pertanto, essere affermata la responsabilità dell'En., in base alla presunzione di  cui  all'art.  2050  cc.  prevista  per  gli  esercenti  attività  pericolose. Infatti,  questa disposizione  presuppone  comunque  un  previo  accertamento  della  esistenza  del  nesso eziologico,  tra  l'esercizio  della  attività  pericolosa  e  l'evento  dannoso. I  giudici  dì appello  rilevavano  che:  "anche  nella  ipotesi  in  cui  l'esercente  della  attività pericolosa  non  abbia  adottato  tutte  le  misure  idonee  ad  evitare  il  danno  - realizzando quindi una situazione astrattamente idonea a fondare una sua responsabilità ex art. 2050 cc. - la causa efficiente sopravvenuta che abbia i requisiti del caso fortuito (eccezionalità ed  oggettiva  improbabilità)  e  sia  idonea  da  sola  a  causare  l'evento,  recide  il  nesso eziologico tra quest'ultimo e l'attività pericolosa, producendo effetti liberatori anche quando sia attribuibile al fatto del danneggiato stesso o di un terzo". Nel caso di specie, era risultato che il L. si era arrampicato sino alla finestrella di ridotte dimensioni ed aveva divelto dal soffitto un isolatore e tagliato uno dei tondini di rame, la cui presenza rendeva non agevole il passaggio nella adiacente cabina elettrica a media-alta  tensione,  circostanza  che  appariva  "anche  a  questa  Corte  comportamento assolutamente  straordinario,  anomalo  e  imprevedibile,  in  alcun  modo  collegato  con  il lavoro al quale il L. era interessato, e tale da recidere il nesso di causalità eventualmente esistente tra una ipotizzata condotta colpevolmente omissiva dell'En. e l'evento morte che ha colpito il L. medesimo". Avverso  tale  decisione  Giovanni  L.,  Antonella  T.,  in  proprio  e  nella  qualità  di  genitori esercenti  la  potestà  genitoriale  sulla  figlia  minore  Celeste  L.,  nonché  Vanessa  L.,  anche quali eredi di Gianluca L., hanno proposto ricorso per cassazione, sorretto da sei motivi. Le società intimate non hanno svolto difese. Diritto Con  il  primo  motivo  si  denuncia  violazione  e  falsa  applicazione  degli  articoli  115  e  116 c.p.c.  in  relazione  all'art.  360  n.  3  c.p.c.  La  sentenza  impugnata  aveva  affermato  -contrariamente al vero che la decisione resa dal giudice del lavoro (nel procedimento tra gli eredi Lucarelli e l'INAIL) riguardava parti diverse ed era fondata su elementi differenti rispetto  a  quelli  che  formano  oggetto  del  presente  giudizio.  Il  fatto  storico  esaminato  dal giudice  del  lavoro  era, in  realtà,  lo  stesso  posto  all'esame  del  Tribunale  ordinario.  Per questo  motivo,  i  giudici  di  appello  avrebbero  dovuto  tener  conto  (come  del  resto  già  il primo giudice) delle dichiarazioni rese dai testimoni nella causa di lavoro, poiché gli attuali ricorrenti  erano  decaduti  dalle  prove  testimoniali  nel  presente  giudizio,  per  un  disguido occorso  alla  parte. In  ogni  caso,  i  giudici  di  merito  avrebbero  dovuto  ammettere  una consulenza tecnica di ufficio che era stata richiesta sia in primo che in secondo grado. Con il secondo motivo si deduce violazione dell' art. 116 c.p.c, erronea valutazione delle prove in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 n. 5 c.p.c), violazione e falsa applicazione  della  normativa  CEI  11-1  norma  generale  per  gli  impianti  elettrici,  recepita dalla legge 186 del 1° marzo 1968 e disposizioni CEI, di cui al DPR n. 547 del 27 aprile1995 art. 340.

I ricorrenti con il terzo motivo denunciano violazione e falsa applicazione dell'art. 116 c.p.c. erronea valutazione prove, violazione e falsa applicazione norme CEI e 340 DPR 547 del 1955  (richiamando  le  prove  acquisite  nel  giudizio  penale,  conclusosi,  tuttavia,  con  una dichiarazione di non doversi procedere). Con il quarto motivo si deduce violazione dell'art.116 c.p.c. omessa valutazione di norme di diritto e delle prove, contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo, L. dopo  aver  tagliato uno  dei  vecchi  conduttori (che  riteneva  al  pari  degli  altri  disattivo)  era venuto in contatto - dall'esterno della cabina En. attraverso i propri attrezzi con le strutture elettriche  ancora  in  tensione  ed  era  rimasto  folgorato  cadendo  dal  detto  vano  finestra all'interno della cabina, che non era protetta adeguatamente. I ricorrenti segnalano che il punto 6.1.05 delle norme CEI prevede espressamente che le aperture delle cabine devono essere adeguatamente sistemate e protette, in modo da impedire che con la introduzione di corpi estranei, si possa venire in contatto, dall'esterno, con parti in tensione. Il  quinto  motivo  ha  per  oggetto  violazione  e  falsa  applicazione  degli  artt.  115,  116  c.p.c. nonché  motivazione  insufficiente  e  contraddittoria  circa  un  punto  decisivo  della controversia. Con  il  sesto  motivo  si  deducono  ulteriori  vizi  della  motivazione  circa  un  punto  decisivo della controversia ed in particolare la violazione dell' art. 115 c.p.c. per non avere i giudici di merito disposto la ammissione della richiesta consulenza tecnica di ufficio. Osserva il Collegio: I sei motivi possono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi tra di loro. Essi sono fondati, nei limiti di seguito specificati. E' appena il caso di ricordare che, nel caso di specie, la responsabilità dell'En. non viene in  rilievo  nella  qualità  di  datrice  di  lavoro  del  L.  (in  effetti,  lavoratore  dipendente  da  altra impresa),  ma  in  quanto  esercente  attività  pericolosa,  con  la  presunzione  di  colpa  di  cui all'art. 2050 cc. I giudici di appello hanno escluso qualsiasi responsabilità di En., per avere questo apposto i prescritti cartelli monitori e munito di chiusura con lucchetto numerato la porta di accesso alla  cabina  contenente  i  casi  che  conducevano  elettricità  di  media  tensione.Ma  nulla  gli  stessi  giudici  hanno  precisato  in  ordine  alla  legittimità  di  aperture  ulteriori (finestrella)  esistenti nella  cabina,  in aggiunta  alla porta  di accesso,  ed  alla  adeguatezza degli sbarramenti apposti a tale finestrella, in modo da impedire ad estranei l'accesso alla cabina. Anche in ordine alla dinamica dell'infortunio sussistono incertezze che la motivazione della sentenza  impugnata  non  riesce  a  dissipare. La  Corte  territoriale,  infatti,  ha  escluso  la esistenza  di  qualsiasi  nesso  di  causalità  tra  incidente  mortale  occorso  al  L.  e  lo svolgimento  di  attività  lavorativa  da  parte  dello  stesso,  rilevando  che  il  fatto  di  avere segato  i  tondini  di  sbarramento  della  finestrella  e  di  essere  entrato  nella  cabina  - così venendo  in  contatto  con  i  conduttori  attraverso  i  quali  passava  la  corrente  elettrica  -

costituiva  comportamento  del  L.  assolutamente  anomalo  ed  imprevedibile,  tale  da spezzare qualsiasi nesso di causalità anche tra eventuali omissioni dell'En. ed infortunio. La  Corte  territoriale,  nella  sentenza  impugnata,  mostra  di  non  tener  conto  della giurisprudenza  di  questa  Corte  relativa  alla  presunzione  di  responsabilità  relativa all'esercizio  di  attività  pericolose  di  cui  all'art.  2050  cc.  e  più  in  generale  dei  principi  più volte  affermati  in  materia  di  nesso  eziologico  tra  condotta del  danneggiante  ed  evento e concorso di colpa del danneggiato. In  particolare,  nel  caso  di  specie,  non  risulta  essere  stata  accertata  la  conformità  alle disposizioni di prevenzione infortuni della finestrella posta in alto nella cabina elettrica, sia sotto  il  profilo  della  sua  liceità  e  collocazione  che  sotto  quello  della  adeguatezza  delle protezioni  installate,  le  quali  - secondo  le  norme  richiamate  nella  stessa  decisione  -avrebbero  dovuto  comunque  impedire  la  possibilità  di  accesso  dall'esterno.I giudici di appello hanno ricostruito la dinamica dell'infortunio, dando per scontato che il L. avesse  - incautamente,  nel  suo  primo  giorno  di  lavoro  - tagliato  uno  dei  tondini  di protezione  della  finestrella,  penetrando  all'interno  della  cabina  elettrica  dell'En.,  senza prestare attenzione ai cartelli di segnalazione affissi sulla stessa ed alle chiusure apposte sulla  porta,  che  facevano  chiaramente  intendere  la  esistenza  di  un  preciso  divieto  di accesso,  motivato  con  la  evidente  pericolosità  del  luogo  (per  la  presenza  di  cavi  di corrente elettrica in tensione, con 20.000 volts) . I  giudici  di  appello  hanno  sul  punto  osservato,  richiamando  gli  accertamenti  compiuti dal primo giudice in sede civile e da quello penale, che il comportamento posto in essere dal L. costituiva  "comportamento  assolutamente  straordinario,  anomalo  ed  imprevedibile,  in alcun modo collegato con il lavoro al quale il L. era interessato, e tale da recidere il nesso di  causalità  eventualmente  esistente  tra  una  ipotizzata  condotta  colpevolmente  omissiva dell'En. e l'evento morte che ha colpito il L. medesimo". I giudici di appello hanno accennato al fatto che, in ordine alla dinamica dei fatti, non era sorta contestazione tra le parti e che comunque la istruttoria compiuta dal giudice civile in primo grado aveva confermato tale ricostruzione, la quale escludeva qualsiasi  violazione di norme di prevenzione infortuni da parte dell'En.. A tale conclusione - ad avviso del Collegio - i giudici di appello sono pervenuti, senza tener conto  della  - diversa  - ricostruzione  dei  fatti  prospettata  dai  ricorrenti,  secondo  i  quali  il giovane sarebbe invece stato sbalzato all'interno della cabina, mentre lavorava all'interno della  attigua  cabina  di  proprietà  della  Cl.  (che  la  proprietaria  intendeva  trasformare  in spogliatoio  per  il  personale  dipendente)  in  conseguenza di  un  arco  voltaico  - causato dall'utilizzo  di  attrezzi  metallici  privi  di  adeguati  sistemi  di  protezione  - che  avrebbe sbalzato  il  lavoratore  all'  interno  della  cabina,  attraverso  l'apertura  posta  in  alto,  in conseguenza  della  presenza  di  un  cavo  elettrico  di  media  tensione  (20.000  volts), collocato in prossimità della finestrella. Su  questa  diversa  prospettazione  della  dinamica  dei  fatti,  nessuna  osservazione  risulta essere stata formulata dai giudici di appello. Sotto  altro,  e  subordinato,  profilo,  i  giudici  di  appello  avrebbero  dovuto  esaminare  la possibilità  che  una  eventuale  condotta  imprudente  del  lavoratore  avesse  concorso, unitamente  alla  mancanza  di  adeguata  protezione  della  cabina  da  parte  dell'En.,  al verificarsi  dell'incidente  (potendo,  anche nel  caso  di  specie,  trovare  applicazione  la giurisprudenza di questa Corte relativa agli obblighi posti a carico del datore di lavoro, ed 

alla interruzione del nesso causale tra omissione di misure di prevenzione e infortunio, per effetto  di  comportamento del  tutto  anomalo  del  lavoratore  dipendente:  cfr.  Cass.  17 febbraio 1999 n. 1331 e 28 luglio 2004 n. 14270). Tali  principi,  infatti,  sono  stati  sostanzialmente  ribaditi  anche  con  riferimento  al  nesso  di causalità  ed  al  concorso  di  colpa  nella  diversa  ipotesi  di  danno  derivato  dall'esercizio  di attività pericolosa (art. 2050 cc.). La giurisprudenza di questa Corte è ferma nel ritenere che: "In materia di responsabilità civile, il limite della responsabilità per l'esercizio di attività pericolose ex art. 2050 cod. civ. risiede nell'intervento di un fattore esterno, il caso fortuito, il quale attiene non già ad un comportamento  del  responsabile  ma  alle  modalità  di  causazione  del  danno,  che  può' consistere anche nel fatto dello stesso danneggiato recante i caratteri dell'imprevedibilità e dell'eccezionalità.Peraltro,  quando  il  comportamento  colposo  del  danneggiato  non  è  idoneo  da  solo  ad interrompere il nesso eziologico tra la condotta del danneggiante ed il danno, esso può', tuttavia,  integrare  un  concorso  colposo  ai  sensi  dell'art.  1227,  primo  comma,  cod.  civ.  -espressione del principio che esclude la possibilità di considerare danno risarcibile quello che ciascuno procura a se stesso - con conseguente diminuzione del risarcimento dovuto dal danneggiante in relazione all'incidenza della colpa del danneggiato". (Cass. 8 maggio 2003 n. 6988). Ed ancora: "In ordine alla presunzione di responsabilità per chi esercita attività pericolose, il fatto del terzo o dello stesso danneggiato può avere effetto liberatorio solo quando nell'ambito del rapporto  di  causalità  materiale  esso  abbia  operato  in  modo  tale  da  rendere,  per  la  sua sufficienza, giuridicamente irrilevante il fatto di chi esercita detta attività, non quando abbia semplicemente concorso nella produzione del danno per essersi inserito in una situazione già di per se pericolosa a causa dell'inidoneità delle misure preventive adottate, senza la quale  1'evento  non  si  sarebbe  verificato"  (Cass.  24  novembre  2003  n.  17851).Alla  luce  di  tale  consolidato  indirizzo  giurisprudenziale,  non  risulta  adeguatamente motivata la affermazione conclusiva, pure contenuta nella sentenza impugnata, secondo la quale  il  comportamento  posto  in  essere  dal  L.  doveva  essere  considerato  come assolutamente  "straordinario,  anomalo  ed  imprevedibile"  non  collegato  con  il  lavoro  al quale  il  giovane  era  stato  adibito  e  fosse  dunque  tale  da  recidere  il  nesso  di  causalità esistente  tra  una  condotta  colpevolmente  omissiva  dell'En.  e  l'infortunio  mortale  occorso allo stesso L.. Conclusivamente la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altro  giudice  che  procederà  a  nuovo  esame,  tenendo  conto  dei  principi  di  diritto  sopra enunciati, provvedendo anche in ordine alle spese del presente giudizio. P.Q.M. La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese di questo giudizio, alla Corte di appello di Lecce, in diversa composizione. Così deciso in Roma, in Camera di Consiglio, il 07 giugno 2011. Il Consigliere Estensore Depositata in Cancelleria il 18 luglio 2011

Pubblicato: 13 febbraio 2014 Categoria: Manuali tecnici