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Norma CEI 34-22
Norma CEI 34-22 Le informazioni contenute nel presente documento sono tutelati dal diritto d’autore e possono essere usati solo in conformità alle norme vigenti. In particolare Voltimum Italia s.r.l. a socio Unico si riserva tutti i diritti sulla scheda e su tutti i relativi contenuti. Il materiale e i contenuti presentati nel sono stati attentamente vagliati e analizzati, e sono stati elaborati con la massima cura. In ogni caso errori, inesattezze e omissioni sono possibili. Voltimum Italia s.r.l. a socio Unico declina qualsiasi responsabilità per errori ed omissioni eventualmente presenti nel sito. 2 l’unità di controllo commuta la lampada sull’alimentazione proveniente dalla batteria. (figura 2). Una variante di questa soluzione consiste nell’illuminazione permanente a luminosità ridotta, nella quale gli apparecchi mantengono una luminosità ridotta in presenza di rete ed una luminosità più elevata in emergenza. • A illuminazione non permanente: in un apparecchio di questo tipo, la sorgente luminosa è spenta in presenza della rete di alimentazione e si accende solo quando viene a mancare l’alimentazione ordinaria. • A illuminazione combinata: qui siamo in presenza di un apparecchio che contiene al suo interno due o più lampade, delle quali una dedicata all’emergenza e la/le altre dedicate all’illuminazione normale. All’interno dell’apparecchio vanno tenuti separati i due circuiti, normale ed emergenza, attraverso l’uso di doppio isolamento, isolamento rinforzato o uno schermo metallico collegato a terra. Gli apparecchi combinati possono essere sia di tipo permanente che non permanente. Un’altra possibilità per quanto riguarda gli apparecchi autonomi è offerta dall’illuminazione cosiddetta composta, cioè un apparecchio (permanente o non) che fornisce, attraverso la sua batteria, l’alimentazione oltre che a se stesso anche ad altri apparecchi di illuminazione i quali vengono chiamati satellite, in quanto la loro vita ruota attorno a quella dell’apparecchio composto. Infine è anche possibile trasformare un normale apparecchio illuminante in un apparecchio di emergenza attraverso l’utilizzo di moduli di emergenza costituiti da batteria e circuito di controllo da collegare alla sorgente luminosa originaria. Fig.2: Schema a blocchi di un apparecchio di emergenza autonomo a illuminazione permanente
Norma CEI 34-22 Le informazioni contenute nel presente documento sono tutelati dal diritto d’autore e possono essere usati solo in conformità alle norme vigenti. In particolare Voltimum Italia s.r.l. a socio Unico si riserva tutti i diritti sulla scheda e su tutti i relativi contenuti. Il materiale e i contenuti presentati nel sono stati attentamente vagliati e analizzati, e sono stati elaborati con la massima cura. In ogni caso errori, inesattezze e omissioni sono possibili. Voltimum Italia s.r.l. a socio Unico declina qualsiasi responsabilità per errori ed omissioni eventualmente presenti nel sito. 3 2. Apparecchi di emergenza autonomi 2.1. Possibili modi di funzionamento Abbiamo visto i vari tipi di apparecchi autonomi che si possono utilizzare per l’emergenza, ma ognuno di questi può avere quattro differenti modalità di funzionamento: • Modo normale: stato in cui l’apparecchio di emergenza autonomo è pronto a funzionare nel modo di emergenza mentre è presente l’alimentazione normale. In caso di guasto all’alimentazione normale, l’apparecchio autonomo commuta automaticamente al modo di emergenza; • Modo di emergenza: stato in cui, nel momento in cui avviene un guasto, l’apparecchio autonomo fornisce illuminazione attraverso la sua sorgente interna di alimentazione; • Modo di riposo: stato in cui un apparecchio di emergenza autonomo viene spento intenzionalmente quando manca l’alimentazione normale e che in caso di ripristino dell’alimentazione ritorna automaticamente al modo normale. Si usa per risparmiare le batterie, mettendo la lampada in uno stato di attesa durante i periodi nei quali l’illuminazione ordinaria è spenta; • Modo di inibizione: l’inibizione è il modo di funzionamento più controverso e non sempre consigliabile, ma che comunque presenta indubbi vantaggi. Consiste nell’inibire l’accensione dell’illuminazione di emergenza, al venire meno dell’alimentazione ordinaria, alimentando le lampade di emergenza attraverso un circuito separato (circuito di inibizione). Apparentemente un controsenso, molto spesso un vantaggio in tutti quei casi in cui si hanno locali ai quali, durante la loro chiusura, viene tolta alimentazione: se non ci fosse l’inibizione, scatterebbe l’illuminazione di emergenza senza nessuno scopo, se non quello di esaurire prematuramente le batterie e/o non trovarsele pronte al momento del vero bisogno. In realtà l’inibizione è una soluzione funzionale che presenta anche alcuni aspetti negativi. Infatti, poiché sul circuito di inibizione c’è un contatto normalmente aperto (uguale a inibizione inserita cioè illuminazione di emergenza non funzionante), l’emergenza si attiva solo quando questo contatto si chiude (uguale a inibizione disinserita cioè illuminazione di emergenza funzionante). Ma, se per un qualsiasi motivo il circuito di inibizione si interrompe, il contatto non potrà mai chiudersi e l’illuminazione di emergenza resterà sempre disattivata (figura 3). Non scordiamo poi il fattore umano che potrebbe portare a dimenticarsi di riattivare l’emergenza (chiudendo il circuito di inibizione) al momento della ripresa dell’attività. Per limitare il primo problema è possibile realizzare il circuito di inibizione come un circuito di sicurezza, in modo da minimizzare il rischio di interruzione. Per il secondo problema è sufficiente mettere un interblocco fra l’alimentazione del locale e il circuito di inibizione, in modo che diventi impossibile ripristinare l’energia elettrica nel locale, senza chiudere il circuito di inibizione (cioè togliere l’inibizione al funzionamento). 2.2. Batterie Le batterie utilizzate negli apparecchi di emergenza autonomi devono avere, in normali condizioni di impiego, una durata minima di almeno 4 anni, e sono normalmente di due tipi, al piombo e al nichel-cadmio. Analizziamo brevemente, in base ad alcune caratteristiche di funzionamento, la differenza di comportamento fra le due. • Anni di vita: lavorando ad una temperatura all’interno dell’apparecchio di circa 30 °C, le batterie al piombo hanno una durata di circa 3 anni e mezzo contro i 6 delle batterie al nichel-cadmio. • Cicli di carica: partendo da una profondità di scarica del 60%, le batterie al piombo consentono 600 cicli di carica contro le quasi 1000 delle batterie al nichel-cadmio; Fig.3: La chiusura del contatto abilita il funzionamento dell’apparecchio di emergenza
Norma CEI 34-22 Le informazioni contenute nel presente documento sono tutelati dal diritto d’autore e possono essere usati solo in conformità alle norme vigenti. In particolare Voltimum Italia s.r.l. a socio Unico si riserva tutti i diritti sulla scheda e su tutti i relativi contenuti. Il materiale e i contenuti presentati nel sono stati attentamente vagliati e analizzati, e sono stati elaborati con la massima cura. In ogni caso errori, inesattezze e omissioni sono possibili. Voltimum Italia s.r.l. a socio Unico declina qualsiasi responsabilità per errori ed omissioni eventualmente presenti nel sito. 4 • Stoccaggio: lo stoccaggio delle batterie al piombo per un tempo tale da scaricarle completamente, comporta difficoltà di ricarica e perdita irreversibile di capacità, mentre il tipo al nichel-cadmio invece può essere tranquillamente immagazzinato per lungo tempo, anche completamente scarico; • Emissioni di gas: le batterie al nichel-cadmio non sono soggette ad emissioni di gas o liquidi corrosivi, quelle al piombo si, anche in condizioni normali d'uso; • Effetto memoria: è l’incapacità di una batteria di raggiungere il 100% della tensione nominale se la ricarica parte non da zero, ma da una tensione residua. Esiste nelle batterie al nichel-cadmio e non in quelle al piombo. • Costo: sono più economiche le batterie al piombo.
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