Infortunio su una linea elettrica

Infortunio su una linea elettrica

Sentenza Cassazione Penale, Sez. 4, 19 luglio 2011, n. 28779  Fatto Con  la  sentenza  in  epigrafe  la  Corte  di  appello  di  Reggio  Calabria  confermava  quella  di primo  grado  che  aveva  ritenuto  la  responsabilità  di  (...)  e  (...)  con  riferimento  ai  reati  di omicidio  colposo  e  lesioni  personali  colpose  gravissime,  entrambi  aggravati  dalla violazione della normativa antinfortunistica (fatti del 7 maggio 2003). Agli  imputati  è  stato  ascritto  di  avere  cagionato  la  morte  di  (...)  e  lesioni  personali gravissime a (...), entrambi dipendenti della (...) s.r.l.- appaltatrice dei lavori commissionati dall'ENEL  per  lo  smantellamento  della  linea  elettrica  Palmi- Gioia  Tauro- i  quali,  nello smontare un traliccio, dopo essersi arrampicati sullo stesso ed averne svitato i bulloni di fissaggio,  posti  a  metà  altezza,  erano  precipitati  da  circa  15  metri  a  seguito  del ripiegamento, a metà, della struttura su se stessa, ripiegamento che aveva determinato la caduta del (...) e dello (...)  I  reati  de  quo  venivano  contestati  al  (...),  nella  qualità  di  amministratore  e  legale rappresentante della (...) s.r.l., al (...), nella qualità di responsabile tecnico e responsabile dei servizi di prevenzione e protezione nonché di responsabile di cantiere per la sicurezza ed  esecuzione  dei  lavori  commissionati  dall'ENEL,  al  (...)  nella  qualità  di  capo  cantiere della ditta appaltatrice, individuando profili di colpa generica e di colpa specifica, per avere omesso  di  dotare  gli  operai  di  dispositivi  di  protezione  individuale  idonei  e  per  avere consentito  che  gli  stessi  operassero  secondo  modalità  altamente  rischiose  non  previste nel piano operativo di sicurezza. La Corte di appello, in conformità a quanto ritenuto dal primo giudice, ha affermato che la causa  dell'incidente  era  da  individuare  nella  errata- o  meglio  omessa- esecuzione  della manovra  di  preventiva  adeguata  controventatura  della  parte  da  smontare  mediante ancoraggio di detta parte ad apposite funi (indicate nel protocollo come funi d'acciaio, delle quali non era stata rilevata la presenza sul posto), che avrebbero dovute essere collegate a due argani, posizionati sul terreno circostante, lontano dall'area di possibile caduta del tronco  di  traliccio,  sottoposte  a  leggera  trazione  da  parte  di  due  operatori  posizionati  a terra. Ciò aveva comportato che gli operai si fossero arrampicati ed avessero iniziato ad operare prima che la fune venisse ancorata a dei punti stabili. Tale  omissione  era  in contrasto  con  il  protocollo  redatto  dalla  (...) s.r.l.,  secondo  il  quale I'allentamento dei giunti doveva avvenire dopo l'ancoraggio della struttura ad opposte funi sottoposte  a  leggera  trazione  e  controllate  da  terra  dagli  operatori  addetti  e  tale operazione era preliminare indispensabile rispetto al disassemblaggio in tronchi. I  giudici  di  merito  hanno  inoltre  rilevato  l'insufficienza  e  la  genericità  del  POS,  che  non conteneva  la  regolamentazione  della  specifica  fase  realizzativa  dei  lavori  di smantellamento  del  traliccio  e  della  sequenza  cronologica  delle  operazioni  che  si sarebbero dovute articolare in essi, cioè il disassemblaggio dei tronchi e l'abbattimento a sezioni, come dimostrato dal fatto che il cd. protocollo di demolizione a tronchi sostegno a 

tralicci,  integrativo  della  disciplina  contenuta  nel  POS  alla  lettera  H  era  stato  prodotto senza data certa dalla (...) solo all'udienza del 31 maggio 2007 e non risultava comunicato alla committente ENEL. La  genericità  e  l'insufficienza  di  tale  documento,  impediva,  di  potere  ritenere  assolto l'obbligo codificato dall'art. 2087 cod.civ. di adottare tutte le necessarie misure di sicurezza e  consentiva  ai  giudici  di  appello  di  affermare  che  gli  operai  stessero  svolgendo  l'attività secondo modalità altamente rischiose non previste nel piano operativo di sicurezza. Alla  luce  di  tali  considerazioni  la  Corte  di  merito  escludeva  che  la  responsabilità dell'incidente  potesse  riversarsi  sul  solo  preposto,  responsabile  della  sicurezza,  (...),  in quanto  gli  incombenti  omessi  non  gravavano  sul  medesimo  né  erano  strettamente consequenziali all'assenza di questi dal cantiere il giorno del sinistro. I  giudici  di  merito  confermavano,  inoltre,  l'omissione  della  preventiva  informazione  e formazione dei lavoratori coinvolti nell'infortunio relativamente ai rischi specifici dell'attività (della  squadra  di  lavoro,  composta  da  quattro  dipendenti,  facevano  parte  tre  unità  che avevano iniziato a lavorare con l'azienda lo stesso giorno in cui si erano verificati ì fatti).  E' stato, invece, escluso ogni addebito di colpa con riferimento alla contestata inidoneità dei  sistemi  di  protezione  individuali  essendo  stato  accertata  l'insussistenza  del  nesso causale rispetto agli eventi lesivi in contestazione. Propongono ricorso per Cassazione, tramite difensore, i prevenuti.  (...) e (...) propongono distinti ricorsi che propongono in sostanza i medesimi motivi. Con il primo  lamentano  la  manifesta  illogicità  della  motivazione  nella  parte  in  cui  ritiene  che l'omessa operazione di controventatura del traliccio, attraverso l'ancoraggio del traliccio ad una  fune  di  trazione,  preliminare  alla  fase  di  smontaggio,  sia  stata  la  causa  produttiva dell'evento lesivo, atteso che proprio il Piano Operativo di Sicurezza ed il protocollo redatti dalla (...) s.r.l. prescrivevano tale operazione come preliminare ed indispensabile rispetto al disassemblaggio in tronchi del traliccio e, dall'altro, invece, considera il POS generico ed insufficiente, di guisa che non si possa ritenere assolto l'obbligo, incombente sugli odierni ricorrente, di avere adottato tutte le necessarie misure di sicurezza. La  Corte  di  merito,  pertanto,  ponendo  a  base  delle  sue  argomentazioni  le  predette alternative, aveva disatteso apoditticamente la tesi difensiva secondo la quale l'evento si era  verificato  per  la  non  corretta  esecuzione  della  manovra  di  sicurezza  compiuta  dagli operai in violazione delle norme prescritte dal POS e dal protocollo. Con il secondo motivo lamentano la violazione di legge con riferimento ai profili di colpa specifica, sostenendo che, contrariamente a quanto statuito dai giudici di merito, non era ravvisabile  alcuna  violazione  della  normativa  antinfortunistica  (con  particolare  riferimento alle contestate violazioni degli 40 e segg. D.Lvo 626/1994, che disciplinano gli obblighi del datore  di  lavoro  in  materia  di  fornitura  ed  utilizzo  delle  attrezzature  di  lavoro  e  dei dispositivi di protezione individuale. Si sostiene, con riferimento alla prima violazione, che gli addebiti erano stati smentiti dalle dichiarazioni rese in qualità di teste dal tecnico dell'ENEL, il quale aveva redatto per conto della  committente  la  comunicazione  rischi  specifici  dell'ambiente  e  delle  operazioni  di lavoro dell'appaltatore, senza rilevare situazioni anomale e nell'aprile di quell'anno aveva effettuato  un  sopralluogo  nel  cantiere  senza  formulare  alcun  rilievo  negativo.  Ciò 

dimostrava  che  i  ricorrenti  avevano  osservato  il  disposto  normativo,  procedendo  al preliminari  accertamenti  sulle  condizioni  di  stabilità  delle  strutture  da  demolire  e predisponendo un apposito programma di intervento attraverso il protocollo di demolizione a  tronchi  sostegno  a  tralicci,  in  cui  veniva  descritte  dettagliatamente  le  fasi  dello smontaggio,  prevedendo  che  la  trazione  necessaria  all'abbattimento  del  tronco,  da eseguirsi con funi d'acciaio, avvenisse a mezzo di tirfor da ancorarsi ad un punto fisso del terreno o già esistente, con l'impiego di una seconda fune e di un secondo tirfor posti sul lato opposto con funzione di freno. Sotto  tale  ultimo  profilo  si  sostiene  che  i  giudici  di  merito  non  avevano  tenuto  in  debito conto  le  dichiarazioni  rese  in  qualità  di  teste  dal  professionista  esterno  incaricato dall'ENEL  di  seguire  lo  svolgimento  dei  lavori  dati  in  appalto  alla  ...  con  il  compito  di verificare  con  cadenza  pressoché  quotidiana  l'avanzamento  dei  lavori,  dalle  quali emergeva l'adozione da parte degli operai dei dispositivi di protezione individuale e della procedura di sicurezza prevista dal protocollo di demolizione. Ciò dimostrerebbe che il mancato inserimento del citato protocollo di smontaggio nel POS e  l'omessa  trasmissione  dello  stesso  alla  società  committente  non  costituiscono,  come affermato dalla Corte di merito, prova indiretta della circostanza che il protocollo sia stato frutto di un artifizio predisposto dai ricorrenti successivamente all'evento lesivo. Si  contesta,  inoltre,  l'addebito  di colpa  configurato  nella  omessa  regolamentazione  della specifica  fase  realizzativa  dei  lavori  di  smantellamento  del  traliccio,  che  si  assume  non dettagliatamente  descritta  nel  POS.  Sul  punto  si  sostiene  che  il  precetto  di  cui  all'art.  4 D.Lgs 626/94- che, all'epoca, prevedeva a carico del datore di lavoro l'obbligo di valutare i rischi  per  la  sicurezza  e  la  salute  dei  lavoratori,  in  relazione  all'attività  esercitata  e  di elaborare il relativo documento- era stato osservato dai ricorrenti attraverso la previsione nel  POS,  alla  lettera  H,  rubricata  "recupero"  sostegni  della  tipologia  dei  rischi  specifici  e delle misure di sicurezza da adottare, con particolare riferimento ai mezzi di sollevamento ed  al  disassemblaggio  in  tronchi,  previa  adeguata  controventatura,  per  i  sostegni  a traliccio.  I  rischi  derivanti  dal  recupero dei  sostegni  e  delle  relative  attrezzature  ausiliarie erano  stati,  pertanto,  correttamente  valutati  nel  relativo  documento  di  valutazione,  non essendo  sostenibile  una  descrizione  analitica  di  ogni  singola  procedura  di  smontaggio degli elementi che compongono il traliccio, atteso che la predetta attività di recupero aveva ad  oggetto  diverse  tipologie  di  sostegno.  Analoga  censura  viene  posta  con  riferimento all'addebito  di  omessa  adozione  di  misure  protettive  adeguate  ai  fini  della  sicurezza  dei lavoratori. Con  il  terzo  motivo  lamentano  la  violazione  di  legge  con  riferimento  al  ritenuto  nesso  di causalità nella parte in cui i giudici di merito avevano disatteso la tesi difensiva secondo la quale  l'incidente  era  da  ascrivere  alla  esclusiva  responsabilità  del  capo  cantiere  (...)  il quale, in qualità di preposto, era dotato di autonoma posizione di garanzia nei confronti dei lavoratori  e  la  mattina  del  sinistro,  del  tutto  imprevedibilmente,  si  era  assentato  dal cantiere senza darne preventivo preavviso al datore di lavoro. Si prospetta, altresì, la tesi che  la  condotta  omissiva  del  (...)  unitamente  alla  mancata  osservanza  da  parte  dei lavoratori  delle  norme  di  sicurezza,  integri  una  casa  sopravvenuta  sufficiente  da  sola  a determinare l'evento. Con il quarto motivo si censurano le statuizioni con le quali la Corte di merito ha ritenuto non  applicabile  la  circostanza  attenuante  di  cui  all'art.  62  n.  6  c.p.  sul  presupposto  che l'evento morte sia incompatibile con una integrale riparazione.

(...) propone due motivi. Con  il  primo,  articolato  sotto  più  profili,  deduce  innanzitutto  violazione  di  legge  con riferimento  al  ritenuto giudizio  di  responsabilità  sostenendo  l'apoditticità  dell'affermazione dei giudici di merito con riferimento alla esclusione di altre cause di cedimento strutturale del  traliccio.  Sul  punto  sostiene  che,  contrariamente  a  quanto  affermato  in  sentenza,  il fatto  che  il  traliccio  fosse  zincato  non  escludeva  che  fosse  arrugginito,  come  pure  il ritrovamento  dei  bulloni  alla  base  del  traliccio  non  escludeva  che  gli  stessi  si  fossero distaccati  a  causa  del  cedimento  strutturale.  Sempre  con  il  primo  motivo,  denuncia  la manifesta  illogicità  della  sentenza  nella  parte  in  cui  ritiene  la  non  sussistenza  delle condizioni di esonero da responsabilità del preposto. Quanto alla legittimità dell'assenza, che si assume riconducibile ad un malessere fisico, si afferma l'assenza di colpa, avendo l'imputato, già dalla sera prima comunicato la propria assenza, sia pure per motivi diversi da  quelli  di  salute,  e  delegato  in sostituzione  il  proprio  fratello.  In  ogni  caso,la  sua omissione  non  avrebbe  esplicato  alcuna  efficacia  causale  nel  verificarsi  dell'evento  per quanto  sopra  esposto  con  riferimento  al  cedimento  strutturale  del  traliccio.  Si  contesta l'affermazione della Corte di merito sulla insussistenza di una delega al fratello, fondata su dichiarazioni rese da quest'ultimo, inutilizzabili ex art. 63, comma 2, cod.pen. Sempre  con  il  primo  motivo,  lamenta  la  manifesta  illogicità  della  motivazione  con riferimento al punto attinente il nesso causale. La Corte di merito non avrebbe considerato che anche ove il (...) fosse stato presente, l'incidente si sarebbe verificato ugualmente, in quanto  si  sarebbe  proceduto  con  identiche  modalità  esecutive  allo  smontaggio  del traliccio, con le modalità previste dal POS., del tutto esulanti dai compiti spettanti al capo cantiere, in quanto privo di poteri decisionali e gestionali. Con  il  secondo  motivo  si  duole  della  violazione  di  legge  con  riferimento  al  trattamento sanzionatorio. Lamenta il diniego dell'attenuante di cui all'art. 114 cod.pen. richiederebbe una  valutazione  non  sul  grado  di  intensità  della  colpa  ma  sulla  ruolo  della  condotta omissiva nel verificarsi dell'evento. DIRITTO I ricorsi sono manifestamente infondati. I  ricorsi  proposti  nell'interesse  di  (...)  e  di  (...),  contenendo  analoghe  censure,  sia  pure prospettate  con  riferimento  ai  differenti  ruoli  svolti  da  ciascuno  dei  ricorrenti  all'interno dell'azienda, meritano trattazione congiunta. Le doglianze, in entrambi i ricorsi investono il giudizio di responsabilità. In sostanza, i ricorrenti contestano, sotto il profilo soggettivo, la configurabilità della colpa, sostenendo  che  l'evento  (la  caduta  del  traliccio)  era  da  ricondurre  alla  non  corretta esecuzione  della  manovra  di  sicurezza  compiuta  dagli  operai  in  violazione  delle  norme prescritte  dal  POS  e  dal  protocollo  di  “demolizione  a  tronchi  sostegno  a  tralicci  redatto dalla (...) s.r.l.”

Sempre  sotto  il  profilo  soggettivo,  contestano  l'affermata  genericità  del  POS con riferimento  alle  fasi  di  smontaggio  del  traliccio  e  le  perplessità  manifestate  dai  giudici  di merito  in  ordine  alla  data  di  confezionamento  del  citato  protocollo  (prodotto,  senza  data certa,  solo  all'udienza  del  31  maggio  2007,  e  mai  comunicato  all'ente  committente)  e comunque, sulla idoneità del citato protocollo a colmare le lacune del POS. Sul punto, si sostiene, in particolare, che non poteva essere ad essi richiesto una descrizione analitica di ogni singola procedura di smontaggio degli elementi che compongono il traliccio, atteso che la predetta attività di recupero ha ad oggetto diverse tipologie di sostegno. Sempre sotto il profilo soggettivo, contestano la ritenuta configurabilità dei profili di colpa specifica con riferimento agli artt. 40 e segg. d.Lvo 626/1994, disciplinanti gli obblighi del datore  di lavoro  in  materia  di  fornitura  ed  utilizzo  delle  attrezzature  di  lavoro  e  dei dispositivi di protezione individuale. I ricorrenti ripropongono, altresì, la tesi difensiva, disattesa dai giudici di merito, secondo la quale l'evento era da ascrivere alla esclusiva responsabilità del capo cantiere (...) il quale, in  qualità  di  preposto,  era  dotato  di  autonoma  posizione  di  garanzia  nei  confronti  dei lavoratori  e  la  mattina  del  sinistro,  del  tutto  imprevedibilmente,  si  era  assentato  dal cantiere senza darne preventivo preavviso al datore di lavoro. Si prospetta altresì la tesi che  la  condotta  omissiva  del  (...)  unitamente  alla  mancata  osservanza  da  parte  dei lavoratori  delle  norme  di  sicurezza,  integri  una  casa  sopravvenuta  sufficiente  da  sola  a determinare l'evento. Le  censure  proposte  dai  ricorrenti  avverso  la  sentenza  impugnata  risultano  destituite  di fondamento. I  giudici  di  merito  hanno,  infatti,  evidenziato  che  gli  obblighi  inerenti  alla  sicurezza  dei lavori appaltati, con il conseguente apprestamento delle necessarie misure di protezione e la vigilanza sulla loro adozione, erano stati assunti dagli imputati, in funzione dei rispettivi ruoli svolti nell'impresa appaltatrice. E' stato, pertanto, ritenuto che il (...), nella qualità di legale rappresentante della ed il (...), nella qualità di responsabile del servizio di protezione della medesima società, avrebbero dovuto  farsi  carico  dello  specifico  rischio  inerente  all'attività  svolta  -che  prevedeva,  tra l'altro,  la  pericolosa  operazione  di  smontaggio  dei tralicci- ed  affrontarlo  con  un  piano operativo  adeguato  alla  situazione  di pericolo,  con  l'indicazione  e  l'adozione di  misure  di protezione ed attrezzature idonee a prevenire le situazioni di rischio, con la formazione ed informazione dei lavoratori. In tal senso i giudici di merito hanno correttamente evidenziato quanto segue. Alle vittime, che avevano iniziato a lavorare il giorno stesso dell'incidente, per ammissione dello  stesso  (...)  non  era  stato  impartito  alcun  addestramento,  nel  presupposto  (solo asserito, peraltro) che gli stessi avessero già ricevuto la opportuna formazione presso altri cantieri ove in precedenza entrambi avevano lavorato. La  causa  dell'incidente  era  da  ricondurre  all'omessa  esecuzione  della  manovra  di preventiva  controventatura  della  parte  da  smontare,  come  dimostrato  dagli  esiti dell'istruttoria dibattimentale (analiticamente evidenziati dalla Corte di merito, con puntuali riferimenti  anche  all'esame  dei  luoghi  effettuato  dalla  polizia  giudiziaria  e  riscontrato  dai rilievi fotografici, dai quali emergeva, tra l'altro, che dal traliccio si dipartivano due funi, non di acciaio, ma di iuta, formate da spezzoni di corda congiunte tra loro, che non erano state ancorate ad alcun punto fisso).

Il  Piano  operativo  di  sicurezza  non  conteneva  alcuna  regolamentazione  della  specifica fase  reatizzativa  dei  lavori  di  smantellamento  del  traliccio  e  della  sequenza  cronologica delle  operazioni  in  cui  essi  si  sarebbero  dovuto  articolare,  cioè  il  disassemblaggio  in tronchi e l'abbattimento a sezioni. Il  predetto  piano  non  poteva  ritenersi  adeguatamente  integrato  dal  cd.  "protocollo  di demolizione  a  tronchi  sostegno  a  tralicci",  in  quanto,  anche  a  prescindere  dalle  fondate riserve  sulla  data  del  suo  confezionamento- equivocità  confermata  dalla  produzione  del documento solo all'udienza del 31 maggio 2007- il suo contenuto non era mai confluito nel POS,  approntato  in  via  generale  dalla  (...),  e  non  era  mai  stato  trasmesso  all'Ente committente,  al  quale  per  espressa  previsione  contrattuale,  doveva  essere  inviato  ogni aggiornamento o integrazione del documento redatto ai sensi dell'art. 4 del d.Lvo 626 del 1994  di  porre  in  essere  adeguate  forme  di  controllo  idonee  a  prevenire  i  rischi  della lavorazione. La  decisione  gravata,  confermativa  di  quella  di  primo  grado,  appare  corretta  siccome adottata  in  piena  aderenza  a  quello  che,  per  assunto  pacifico,  è  il  contenuto  precettivo dell'art. 2087 codice civile. Come  è  noto,  in  forza  della  disposizione  generale  di  cui  all'art.  40,  comma  secondo, cod.pen. Ne  consegue  che  il  datore  di  lavoro,  ha  il  dovere  di  accertarsi  del  rispetto  dei  presidi antinfortunistici e del fatto che il lavoratore possa prestare la propria opera in condizioni di sicurezza,  vigilando  altresì  a  che  le  condizioni  di  sicurezza  siano  mantenute  per  tutto  il tempo in cui è prestata l'opera. In  altri  termini,  il  datore  di  lavoro  deve  sempre  attivarsi  positivamente per  organizzare  le attività  lavorative  in  modo  sicuro,  assicurando  anche  l'adozione  da  parte  dei  dipendenti delle  doverose  misure  tecniche  ed  organizzative  per  ridurre  al  minimo  i  rischi  connessi all'attività  lavorativa:  tale  obbligo  dovendolo  ricondurre,  oltre  che  alle  disposizioni specifiche,  proprio,  più  generalmente,  al  disposto  dell'articolo  40,  comma  secondo, cod.pen. (v., tra le tante, Sezione IV, 12 giugno 2009, Lo Bello, non massimata). Vale la pena di ribadire, come già affermato in altre sentenze, che l'obbligo dei titolari della posizione di sicurezza in materia di infortuni sul lavoro è articolato e comprende non solo l'istruzione dei lavoratori sui rischi connessi alle attività lavorative svolte e la necessità di adottare  tutte  le  opportune  misure  di  sicurezza,  ma  anche  la  effettiva  predisposizione  di queste,  il  controllo,  continuo  ed  effettivo,  circa  la  concreta  osservanza delle  misure predisposte per evitare che esse vengano trascurate o disapplicate nonché il controllo sul corretto utilizzo, in termini di sicurezza, degli strumenti di lavoro e sul processo stesso di lavorazione (v. tra le tante, Sezione IV, 8 luglio 2009, Fontanella, non massimata). La responsabilità del datore di lavoro non esclude però la concorrente responsabilità del RSPP (in questo caso, del M.). Anche il RSPP, infatti, che pure è privo dei poteri decisionali e di spesa [e quindi non può direttamente  intervenire  per  rimuovere  le  situazioni  di  rischio],  può  essere  ritenuto (cor)responsabile del verificarsi di un infortunio, ogni qualvolta questo sia oggettivamente riconducibile ad una situazione pericolosa che egli avrebbe avuto l'obbligo di conoscere e segnalare,  dovendosi  presumere  che  alla  segnalazione  avrebbe  fatto  seguito  l'adozione, da  parte  del  datore  di  lavoro,  delle  necessarie  iniziative  idonee  a  neutralizzare  detta 

situazione (cfr.da ultimo, ed i riferimenti in essa contenuti Sezione IV, 21 dicembre 2010, n. 2814, Di Mascio, non massimata). Il RSPP, infatti, non può essere chiamato a rispondere per il solo fatto di non avere svolto adeguatamente  le  proprie  funzioni  di  verifica  delle  condizioni  di  sicurezza,  perché  difetta una espressa sanzione in tal senso nel sistema normativo. Invece,  secondo  le  regole  generali,  il  RSPP  può  essere  tenuto  a  rispondere  - proprio perché la sua inosservanza si pone come concausa dell'evento - dell'infortunio in ipotesi verificatosi  proprio  in  ragione  dell'inosservanza  colposa  dei  compiti  di  prevenzione attribuitigli, all'epoca del fatto, dall'articolo 33 del decreto 81 del 2008. Ciò  perché,  in  tale  evenienza,  l'omissione  colposa  al  potere-dovere  di  segnalazione  in capo  al  RSPP,  impedendo  l'attivazione  da  parte  dei  soggetti  muniti  delle  necessarie possibilità di intervento, finisce con il costituire (con)causa dell'evento dannoso verificatosi in ragione della mancata rimozione della condizione di rischio: con la conseguenza, quindi, che,  qualora  il  RSPP,  agendo  con  imperizia,  negligenza,  imprudenza  o  inosservanza  di leggi  e  discipline,  abbia  dato  un  suggerimento  sbagliato  o  abbia  trascurato  di  segnalare una situazione di rischio, Inducendo, così, il datore di lavoro ad omettere l'adozione di una doverosa  misura  prevenzionale,  lo  stesso  deve  essere  chiamato  a  rispondere  insieme  a questi  dell'evento  dannoso  derivatone(cfr.  Sezione  IV,  15  luglio  2010,  Scagliarini,  non massimata sul punto). Infondato,  per  quanto  sopra  esposto,  è  anche  il  profilo  di  censura  afferente  la  ritenuta configurabilità dei profili di colpa specifica con riferimento agli 40 e segg. d.Lvo 626/1994. ampiamente  e  logicamente  giustificati  dai  giudici  di  merito  attraverso  il  riferimento, rispettivamente,  alla  omessa  adozione,  sulla  base  di  un  apposito  programma,  firmato dall'imprenditore  e  dal  direttore  dei  lavori,  delle  cautele  finalizzate  ad  evitare  crolli intempestivi,  ed  all'omesso  adeguamento  delle  attrezzature  di  lavoro  alle  esigenze  di tutela e salute dei lavoratori ( sotto tale ultimo profilo, è sufficiente osservare che la Corte territoriale  ha  evidenziato  che  alla  squadra  di  lavoro  non  erano  state  fornite  le  funi  di acciaio ma solo rabberciate funi di iuta e neanche i tirfor per assicurare l'ancoraggio delle due funi previste). Né può essere accolta la tesi difensiva del (...) secondo la quale la nomina del preposto, nella persona del (...) provvisto di autonomia finanziaria e gestionale, lo avrebbe esonerato da ogni responsabilità. In  proposito  il  ricorrente  tralascia  di  considerare  che  secondo  la  giurisprudenza consolidata  di  questa  Corte,  il  datore  di  lavoro,  pur  a  fronte  di  una  delega  corretta  ed efficace- che,  peraltro  non  risulta  essere  stata  conferita  in  questo  caso- non  potrebbe andare esente da responsabilità, allorché le carenze nella disciplina antinfortunistica e, più in  generale,  nella  materia  della  sicurezza,  attengano  a  scelte  di  carattere  generale  della politica  aziendale  ovvero  a  carenze  strutturali,  rispetto  alle  quali  nessuna  capacità  di intervento  possa  realisticamente  attribuirsi  al  delegato  alla  sicurezza.  E'  ipotesi, quest'ultima, che può non infrequentemente verificarsi allorché si tratti dello svolgimento di attività lavorative pericolose, foriere di produrre inquinamento o di porsi come (con)cause efficienti  di  malattie  professionali  (per  riferimenti,  Sez.  IV,  6  febbraio  2007,  n.  12794, Proc.gen.  App. Messina in proc. Chirafisi ed altro; Sezione III, 3 dicembre 1999, Natali).

Le  conclusioni  dei  giudici  di  merito  sono,  pertanto,  in  linea  con  questi  principi  quando  la sentenza  impugnata  afferma  che  non  può  farsi  ricadere  sul  preposto  l'onere  di organizzazione dell'attività lavorativa aziendale, mediante l'adozione tempestiva di un POS adeguato, né l'onere di procedere all'acquisto delle dotazioni di lavoro, nella specie funi di acciaio e tirfor, delle quali munire i lavoratori, né l'omessa formazione del personale né la scelta di adibire allo svolgimento di mansioni altamente rischiose lavoratori appena assunti presso  la  ditta.  Si  tratta,  come  osservato  nella  sentenza  in  esame,  di  un  livello  di dispiegamento  del  sistema  di  potere-dovere  in  ordine  alla  sicurezza  che  riguarda  le complessive  scelte  aziendali  inerenti  all'organizzazione  delle  lavorazioni  e  che,  quindi, coinvolge appieno la sfera di responsabilità del datore di lavoro. Va  soggiunto,  inoltre,  che  il  dovere  di  vigilanza  e  di  controllo- che  compete tradizionalmente  al  datore  di  lavoro,  ma  anche  al  dirigente  nei  limiti  delle  relative competenze  funzionali,  in  applicazione  della  generalissima  regola  cautelare  contenuta nell'articolo 2087 del codice civile-non può non svilupparsi anche attraverso un obbligo di vigilanza  sull'attività  degli  altri  soggetti  che,  a  vario  titolo,  sono  titolari  pro  quota dell'obbligazione  di  garanzia,  implicando  evidentemente  poteri  di  controllo  e  di sollecitazione. Tale  principio  è  stato  espressamente  trasfuso  nel  nuovo  comma 3  bis  dell'articolo  25), restando  peraltro  ferma  l'esclusiva  responsabilità  dei  soggetti  obbligati  in  proprio  dalle norme  citate,  allorché  la  mancata  attuazione  dei  relativi  obblighi  "sia  addebitabile unicamente  agli  stessi",  non  essendo  riscontrabile  un  difetto  di  vigilanza  da  parte  del datore  di  lavoro  e  dei  dirigenti.  L'inosservanza  a  tale  obbligo  con  riferimento  al  rispetto della  normativa  prevenzionale,  può  portare  alla  responsabilità  del  soggetto  obbligato  in ossequio  al  principio  generale  fissato  dell'articolo  40,  comma  secondo,  cod.pen.:  il  non impedire l'evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo. Anche il quarto motivo afferente il diniego dell'attenuante di cui all'art. 62, n. 6, cod.pen., è infondato,  pur  non  condividendosi  integralmente  la  motivazione,  che  ha  riferimento  alla giurisprudenza  di  questa  Corte  in  tema  di  omicidio  volontario  (  v.  Sez.  I,  27  novembre 2008, n. 46232, rv.242054). In  tema  di  responsabilità  colposa,  la  giurisprudenza  consolidata  è  ormai  nel  senso  della possibilità  di  configurare  la  citata  attenuante  nei  casi  in  cui  il  risarcimento  del  danno  sia integrale,  comprensivo,  quindi,  della  totale  riparazione  di  ogni  effetto  dannoso,  con  la precisazione  che  la  valutazione  in  ordine  alla  corrispondenza  tra  transazione  e  danno spetta  al  giudice,  che  può  anche  disattendere,  con  adeguata  motivazione,  ogni dichiarazione satisfattiva resa dalla parte lesa (Sezione IV, 22 maggio 2009, Usai). E',  inoltre,  necessario,  ai  fini  della  sussistenza  della  circostanza attenuante  della riparazione  del  danno,  che  il  risarcimento  avvenga  prima  della  formalità  di  apertura  del dibattimento ( v. Sezione V, 7 luglio 2009, rv. 245167) Qui, i ricorrenti hanno solo evidenziato che la società assicuratrice aveva provveduto, con riferimento ad entrambi gli eventi, alla integrale riparazione del danno, ma dalla sentenza impugnata e dagli atti processuali non si evince né che i risarcimenti siano stati corrisposti prima delle formalità di apertura del dibattimento né che siano stati integrali, non essendo sufficiente a tal fine la dichiarazione della parte lesa, in assenza di valutazione compiuta dal  giudice  di  merito  (  v.anche  di  recente  Sezione  IV,  16  marzo  2011,  Schwarz,  non massimata).

Anche il ricorso del (...) è infondato. In sintesi,  il  ricorrente,  con  il  primo  motivo  contesta  il  giudizio  di  responsabilità riproponendo in questa sede l'ipotesi alternativa del cedimento strutturale del traliccio per cause diverse da quelle individuate dai giudici di merito, a lui non addebitabili, e sostiene la  sussistenza  nel  caso  concreto  delle  condizioni  per  l'esonero  della  responsabilità  del preposto,  contrariamente  a  quanto  affermato  nella  sentenza  impugnata.  Afferma,  altresì, l'insussistenza del nesso causale tra il comportamento asseritamente omissivo e l'evento. Il  primo  profilo  di  censura  è  manifestamente  infondato  in  quanto  il  ricorrente,  dietro l'apparente deduzione di un vizio di legittimità, vorrebbe che in questa sede si procedesse ad  una  rinnovata  valutazione  degli  elementi  probatori  posti  a  base  del  giudizio  di responsabilità,  evidenziati  con  motivazione  ampia  e  logica,  e,  pertanto,  esente  da  ogni vizio.  E'  sufficiente  in  proposito  ricordare  che  i  giudici  di  merito  si  sono  soffermati attentamente  sull'ipotesi  prospettata  dalle  tesi  difensive  del  cedimento  strutturale  del traliccio,  escludendola  facendo  riferimento  non  solo  alle  risultanze  dell'istruttoria dibattimentale ( v. in particolare la descrizione dello stato dei luoghi subito dopo l'incidente, con i tre bulloni svitati rinvenuti alla base del traliccio) ma anche alla descrizione contenuta nel  report  predisposto  dall'Enel,  che  aveva  escluso  ogni  precarietà  statica-strutturale  del traliccio. Il secondo profilo di censura è infondato giacché tende a svuotare di contenuto il ruolo di responsabilità del preposto, che svolge, in sintesi, funzioni di supervisione e controllo sulle attività lavorative, sostenendo la legittimità della sua assenza in quel giorno per motivi di salute e la sussistenza di una valida delega nei confronti del fratello. Come il datore di lavoro ed il dirigente, anche il preposto ( ed è tale, il capo cantiere, v. Sezione IV, 9 luglio 2008, Crea ed altro) è indubbiamente destinatario diretto (iure proprio) delle  norme  antinfortunistiche,  prescindendo  da  una  eventuale  "delega  di  funzioni" conferita dal datore di lavoro. Che si tratti di una responsabilità diretta lo si ricava, del resto, dal disposto dell'art. 55 dello stesso testo. L'art.  19  d.Lgs  9  aprile  2008  n.  81- annovera  anche  i  preposti  tra  i  soggetti  obbligati  ad "attuare le misure di sicurezza previste dal presente decreto". Vero  è  che  tale  obbligo  incombe  innanzitutto  al  datore  di  lavoro,  cui  competono  anche poteri  organizzativi,  predispositivi  e  di  spesa  al  riguardo;  ma  il  preposto  non  è  soggetto estraneo al conseguimento dei risultati scaturenti dall'adempimento di quell'obbligo, non è soggetto che possa notarilmente e passivamente meramente registrare una situazione di non  conformità  a  legge  e  ad  essa  prestare  silente,  passiva  e  ratificatoria  acquiescenza. Egli,  al  contrario,  proprio  perché  pur  esso  diretto  destinatario  del  precetto  di  legge,  è tenuto  ad  attivarsi  nel  controllo  della  rispondenza  della  situazione  di  fatto  ai  dettami  di legge  e,  nella  verificata  situazione  di  non  corrispondenza  dei  luoghi  di  lavoro  alle prescrizioni antinfortunistiche di legge, ad attivarsi per tutto quanto sia nelle sue possibilità per  rimuovere  tale  situazione  pregiudizievole  per  la  sicurezza  dei  lavoratori  nello svolgimento  di  quelle  attività  che  egli  pur  sempre  dirige  e  sovrintende,  assumendo anch'egli nei confronti dei lavoratori medesimi una posizione di garanzia. L'attuale  previsione  normativa  nell'elencare  gli  obblighi  a  carico  del  preposto,  stabilisce espressamente le funzioni di supervisione e controllo delle attività lavorative, e l'obbligo di 

verificare affinché soltanto i lavoratori che abbiano ricevuto adeguate istruzioni accedano alle  zone  che  li  espongono  ad  un  rischio  grave  e  specifico  e  l'obbligo  di  segnalare tempestivamente al datore di lavoro sia le deficienze dei mezzi e delle attrezzature e dei dispositivi  di  protezione  individuale  sia  ogni  altra  condizione  di  pericolo  che  si  verifichi durante  il  lavoro.  Correttamente,  perciò,  i  giudici  del  merito  hanno  ritenuto  che,  in sostanza,  egli  aveva  l'obbligo  di  sorveglianza  dei  lavori  e  di vigilanza  sui  dipendenti, soprattutto in una situazione in cui la squadra degli operai era composta prevalentemente da persone, come il (...) lo (...) al primo giorno di lavoro in quell'azienda. Obblighi  di  sorveglianza  e  di  vigilanza  che  non  lasciano  margini  di  discrezionalità  al riguardo,  nel  senso  che  la  tutela  della  sicurezza  ed  incolumità  deve  comunque  essere apprestata dal titolare della posizione di garanzia e ove ciò non sia possibile deve essere adottata specifica delega.  Nella  specie  i  giudici  di  merito  hanno  accertato,  oltre  l'assenza  ingiustificata  del  dal cantiere  (autorizzato  dal  datore  di  lavoro  ad  espletare  incombenti  amministrativi  per  la tarda mattinata di quel giorno, risultando ciò del tutto compatibile con il momento di avvio dell'attività  lavorativa)  ma anche  la mancata  autorizzazione  da parte  del datore  di  lavoro alla nomina di un sostituto. In  questa  prospettiva  l'asserito  malessere  fisico  e  la  presunta  delega  conferita  al  fratello per la vigilanza del cantiere (peraltro, "oralmente") non appaiono che tentativi non riusciti di scaricare il peso della responsabilità per le gravissime omissioni. Quanto  alla  censura  afferente  il  nesso  causale,  basata  sulla  considerazione  che  la presenza  del  nel  cantiere  non  avrebbe  evitato  l'incidente,  in  quanto  identiche  sarebbero state  le  modalità  esecutive  dello  smontaggio  del  traliccio,  alla  luce  del  ruolo  e  delle funzioni  spettanti  al  preposto,  sopra  descritte,  non  ci  si  può  che  riportare  alle  esatte considerazioni  dei  giudici  di  appello,  laddove  hanno  individuato  in  tale  affermazione  una evidente ammissione di responsabilità da parte del preposto, il quale avrebbe consentito agli operai di arrampicarsi ed iniziare a smontare i bulloni senza la preventiva esecuzione della manovra di ancoraggio del traliccio. Manifestamente infondato è anche il secondo motivo afferente il diniego dell'attenuante ex art. 114 cod.pen., ineccepibilmente motivato dalla Corte territoriale al ruolo non marginale dell'imputato  alla  verificazione  dell'evento,  che  non  si  sarebbe  verificato  se  il  (...) avesse vigilato sulla esecuzione dell'operazione di smontaggio del traliccio, pretendendo il corretto adempimento della manovra di controventatura. Segue,  a  norma  dell'articolo  616  cod.proc.pen.,  la  condanna  dei  ricorrenti  al  pagamento delle spese processuali e ciascuno a quello della somma di euro 1.000,00 (mille) a titolo di sanzione  pecuniaria  a  favore  della  Cassa  delle  Ammende,  non  emergendo  ragioni  di esonero. P.Q.M. Dichiara  inammissibili  i  ricorsi  e  condanna  i  ricorrenti  al  pagamento  delle  spese processuali e ciascuno a quello della somma di euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

Pubblicato: 13 febbraio 2014 Categoria: Manuali tecnici