Corrente elettrica e decesso per folgorazione

Corrente elettrica e decesso per folgorazione

REPUBBLICA ITALIANA  IN NOME DEL POPOLO ITALIANO  LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE  SEZIONE QUARTA PENALE  Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:  Dott. MARZANO Francesco - Presidente  Dott. D'ISA Claudio - Consigliere  Dott. MAISANO Giulio - Consigliere  Dott. MARINELLI Felicetta - Consigliere  Dott. MONTAGNI Andrea - rel. Consigliere  ha pronunciato la seguente: Sentenza sul ricorso proposto da:1) M.C. N. IL (OMISSIS);avverso la sentenza n. 108/2007 CORTE APPELLO di ANCONA, del 14/05/2010;visti gli atti, la sentenza e il ricorso;udita in PUBBLICA UDIENZA del 11/03/2011 la relazione fatta dal Consigliere Dott. ANDREA MONTAGNI;udito il P.G. in persona del Dott. GERACI Vincenzo che ha concluso per l'inammissibilità del ricorso;udito il difensore avv. De Rosa Giuseppe. Fatto Diritto La Corte di Appello di Ancona, con sentenza in data 14.05.2010, in parziale riforma della sentenza  del  G.i.p.  del  Tribunale  di  Camerino  del  27.2.2006,  riduceva  la  pena  inflitta  e determinava  il  concorso  di  colpa  della  vittima  nella  produzione  dell'evento  in  ragione  del 50%, confermando nel resto.  La  Corte  territoriale  rilevava  che  con  la  richiamata  sentenza  il  G.i.p.  del  Tribunale  di Camerino aveva  affermato  la  penale  responsabilità  di  M.C.,  nella  sua  qualità  di  direttore dei  lavori  del  cantiere  edile  sito  in  (OMISSIS),  in  ordine  al  delitto  di  omicidio  colposo  in danno del dipendente della ditta G., B.G.. La Corte chiariva che nel cantiere non vi era alcuna protezione contro i contatti indiretti di energia  elettrica  e  che  il  B.,  nel  tentativo  di  riparare  la  spina  terminale  di  una  prolunga, aveva toccato il conduttore positivo di colore marrone, evenienza che aveva determinato il passaggio di corrente elettrica attraverso il corpo del dipendente e l'immediato decesso del lavoratore  per  folgorazione.  La  Corte  di  Appello  accoglieva  il  motivo  di  gravame  relativo alla  colpa  concorrente  del  lavoratore;  esclusa  l'abnormità  della  condotta,  il  Collegio determinava il concorso di colpa della vittima nella misura del 50%.

Avverso  la  citata  sentenza  della  Corte  di  Appello  di  Ancona  ha  proposto  ricorso  per cassazione  M.C..  L'esponente  osserva  che a  seguito  del  sinistro sopra  richiamato  erano stati tratti a giudizio il datore di lavoro, il committente ed anche il direttore dei lavori M., il quale aveva chiesto la definizione del processo in udienza preliminare allo stato degli atti. Il  ricorrente  deduce  l'illogicità  della  motivazione,  nella  parte  in  cui  viene  affermata l'ingerenza  del  M.  nell'organizzazione  del  lavoro.  La  parte  ritiene  che  la  condotta  in concreto  posta  in  essere  dal  direttore  dei  lavori  M.  non  integri  la  nozione  di  ingerenza, come  individuata  dalla  giurisprudenza  della  stessa  Suprema  Corte  di  cassazione. L'esponente rileva che i giudici di merito, erroneamente, hanno ritenuto che la stesura del verbale  del  23  giugno  2003  costituisca  prova  della  costante  ingerenza  del  direttore  dei lavori  nella  organizzazione  del  lavoro.  Assume  il  ricorrente  che  l'avvenuta  constatazione delle  violazioni  antinfortunistiche  da  parte  del  direttore  dei  lavori  (con  la  stesura  del predetto verbale) e la conseguente disposizione di sospendere le attività, sono circostanze inidonee  ad  affermare  che  l'imputato  avesse,  in  via  di  fatto,  poteri  gestori  in  materia  di sicurezza del cantiere. La parte ribadisce che nel caso di specie ogni obbligo in materia di sicurezza  gravava  sull'appaltatore  e  sul  datore  di  lavoro;  e  rileva  che  M.  non  doveva diffidare  gli  operai  dal  proseguire  le  attività,  avendo  intimato  al  titolare  dell'impresa  di sospendere i lavori. Il ricorso è infondato La parte assume che la condotta in concreto posta in essere dal direttore dei lavori M. non integri la nozione di ingerenza, come individuata dalla giurisprudenza della Suprema Corte di cassazione. Il rilievo non ha pregio Invero,  questa  Suprema  Corte  ha  da  tempo  chiarito  che  i  destinatari  delle  norme antinfortunistiche sono i datori di lavoro, i dirigenti e i preposti; e che il direttore dei lavori, per conto del committente, è tenuto alla vigilanza sull'esecuzione fedele del capitolato di appalto  e  non  può  essere  chiamato  a  rispondere  dell'osservanza  di  norme antinfortunistiche,  salvo  che  non  risulti  accertata  una  sua  ingerenza  nell'organizzazione del cantiere. La Corte regolatrice ha in particolare evidenziato che una diversa e più ampia estensione  dei  compiti  del  direttore  dei  lavori,  comprensiva  anche  degli  obblighi  di prevenzione degli infortuni, deve essere rigorosamente provata, attraverso l'individuazione di  comportamenti  che  possano  testimoniare,  in  modo  inequivoco,  l'ingerenza nell'organizzazione  del  cantiere  (Cass.  Sez.  4,  Sentenza  n.  12993  del  25/06/1999,  dep. 12/11/1999, 215165).  Orbene,  nel  caso  di  specie  le  determinazioni  assunte  dai  giudici  di  merito  si  collocano nell'alveo del richiamato principio di diritto. La  Corte  di  Appello  ha,  infatti,  evidenziato  di  condividere  la  decisione  del  primo  giudice, che aveva affermato la penale responsabilità dell'odierno imputato, in veste di direttore dei lavori,  per  essersi  direttamente  ingerito  nell'attività  decisionale  ed  organizzativa  attinente alle  misure  antinfortunistiche.  Sul  punto,  il  Collegio  ha  considerato  che  l'imputato  aveva verificato la carenza, nel cantiere di cui si tratta, delle misure antinfortunistiche - secondo quanto risulta dal contenuto del verbale di sopralluogo sottoscritto dal M. il 23 giugno 2003, il giorno antecedente l'infortunio mortale - tanto da avere ordinato alla ditta appaltatrice di 

ovviare  a  dette  carenze  e  di  sospendere  le  lavorazioni.  La  Corte  territoriale  ha,  in particolare, osservato: che l'imputato si era recato diverse volte presso il cantiere, aperto già da settanta giorni rispetto alla data dell'infortunio; che gli operai avevano ripetutamente utilizzato  apparecchiature  elettriche  nel  corso  dei  lavori;  che  dal  verbale  del  23  giugno 2003 risultava che M. aveva formalmente constatato la situazione di assoluta carenza di misure antinfortunistiche. Sulla scorta di tali rilievi il Collegio ha del tutto conferentemente rilevato che l'imputato si era effettivamente ingerito nelle decisioni organizzative del lavoro, con  conseguente  assunzione  di  fatto  della  relativa  posizione  di  garanzia.  La  sentenza impugnata risulta, pertanto, immune dalle dedotte censure. Al  rigetto  del  ricorso  segue  la  condanna  del  ricorrente  al  pagamento  delle  spese processuali. P.Q.M.  Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. 

Pubblicato: 13 febbraio 2014 Categoria: Manuali tecnici